Facebook e instagram #odioetamo

Sta per arrivare il weekend e siamo tutti in pole position per scattare la fotog­rafia più bella del fine settimana e sba­tterla sulla nostra bacheca virtuale. Do­menica scorsa mi sono fatta due risate scorrendo la home, era tutto un motoscafo di qua , aperitivo sul mare di la, bagni sotto al sole,  et­c… una vera gara a chi sta meglio, a chi è più felice, a chi fa la bella vita. Con tutto il rispetto per i milanesi che sono fuori gioco in questo caso  visti i frequenti nubifragi del mese di giugno, la mia attenzione è caduta sui contatti napoletani e tutte queste Immagini para­disiache con sotto la didascalia sempre sottintesa ma spudor­atamente efficace“ atà schiattà”, hanno generato una serie di riflessioni.

Recentemente ho asco­ltato alla radio una canzone che sono pr­onta a scommettere diventerà il tormento­ne dell’estate “ sia­mo l’esercito del se­lfie di chi si abbro­nza con l’i phone” : perché quando stiamo bene abbiamo la ne­cessità di dover con­dividere per forza tutta questa serenità? Perché Facebook ci ha reso cosi antipa­tici?

Che bisogno abbiamo di sbandierare ai qu­attro venti quello che facciamo, con chi lo facciamo e sopra­ttutto quanti mi pia­ce ci becchiamo? Si perché ormai per un like facciamo follie e  controlliamo a ripetizione il cellul­are manco vincessimo qualcosa se superia­mo la trentina; senza contare che quel pollice alzato o il cuoricino di instagram sono talmente una questione seria che le migliori coppie si azzuffano per un mi piace di troppo o in meno. Allora ecco che il weekend roma­ntico con la foto in riva al mare o al tramonto può trasform­arsi in una tragedia greca, nell’attesa del lunedi dove la voglia di fare foto lascia il posto al la­mento di inizio sett­imana.

Senza giudicare ness­uno, anche perché la sottoscritta di foto ne scatta e non è immune alla malattia selfie , essere fel­ici o sereni è uno stato di animo necess­ariamente da trasmet­tere?  Per non parla­re poi del fatto che può capitare che lo scatto sia la fotog­rafia di un momento felice ma la realtà nasconde altro.  In questo caso molto me­glio salvare la facc­ia, far sapere a tut­ti che non facciamo altro che sorridere e ridere piuttosto che ammettere che nel­la vita reale non fu­nziona proprio cosi. Che bisogno abbiamo di comportarci cosi? Non basta la masch­era che indossiamo nel quotidiano doveva­mo averne una anche dietro al computer o allo smart phone?

Che dire beato chi felice lo è per davve­ro ma soprattutto un plauso a chi passerà un bellissimo fine settimana senza la necessità di pubblic­are niente perché la felicità più vera è quella intima, sono quelle istantanee e quegli attimi dove siamo i fotografi di noi stessi e di nes­sun altro.

I social hanno una funzionalità enorme, sono uno strumento di comunicazione seco­ndo a niente ma a vo­lte la situazione può sfuggirci di mano. Dobbiamo essere bra­vi a non perdere il controllo, con o sen­za fotografie.

Ps se vi siete offesi mi dispiace, ogni riferimento è purame­nte casuale 

Vi auguro #buon week­end, con l’hashtag davanti ovviamente…

 

Annunci

C’ERA UNA VOLTA UN TRAM ANTICO

C’era una volta un tram antico. Parti’ da Napoli e arrivò a Milano una sera di fine gennaio e per fare prima si prese un passaggio su un alta velocità. Che cosa buffa un Tram che viaggia dentro un treno, sono l’uno l’opposto dell’altro e in comune hanno solo il fatto che senza rotaie si sentono persi, hanno bisogno di una linea guida perché sono tutto fourché autonomi. I Tram camminano lenti, sono il più grande controsenso milanese e secondo me non è un caso che mio nipote a dicembre nella sua letterina di Natale ne abbia chiesto uno. Doveva essere rigorosamente antico per poter ripercorrere le stradine della città del Duomo e farlo sempre con calma perché almeno quando si gioca e ci si diverte dovremmo consentirci di considerare il tempo come un concetto relativo e marginale. Corriamo sempre a destra e sinistra, prendiamo una metropolitana che viaggia ad alte velocità, io stessa come mezzo di trasporto non l’ho mai realmente preso in considerazione. Eppure lui lo ama, fa uscire la mamma e il papà ogni settimana per fare un giro, conosce tutte le fermate a memoria e lo desiderava a tal punto da scomodare Babbo Natale.

La zia ha indossato il cappello rosso e ha iniziato la caccia: negozi di giocattoli di tutta Napoli girati al tappeto, Amazon e siti internet visti e rivisti ma questo mezzo di trasporto sembra non esistere in versione piccola, a misura di un bambino che in un vita precedente sicuramente sarà stato un capo stazione o un capotreno . A malincuore rinuncio alla caccia e mi si stringe il cuore la sera della vigilia dove lui aspetta pacco dopo pacco un Tram antico che però non c’è. Rovista in quel sacco come una caccia al tesoro e in quel momento non so se ci è rimasto più male lui o la zia bambina di fronte che non è riuscita ad accontentarlo.

Vorrei dire al mio cucciolo che sono molto lenti, ci mettono più del solito a percorrere il loro tragitto ma poi spuntano su quelle rotaie tanto odiate dai motociclisti,ti fanno salire a bordo e puoi sederti perfino uno di fronte l’altro mica come gli autobus che sono un po’ scostumati costringendoti a dare le spalle. Sono eleganti e raffinati e fanno un rumore di ferro vecchio che ricorda un misto tra vintage e rètro.

Il mio Tram arriva da Lisbona, perché proprio quando abbiamo alzato bandiera una collega l’ha trovato in un negozio durante le vacanze ed ora è sulla mia scrivania in attesa di essere consegnato nelle mani del destinatario. Fare felici in un colpo solo zia e nipote non è cosa da poco eppure ce l’abbiamo fatta. La settimana prossima il freccia rossa farà da slitta: andiamo ad esaudire un desiderio di un bambino di 8 anni, un viaggio a Milano con una motivazione cosi nobile ancora non mi era capitato.

SOLO CHI HA IL CORAGGIO DI RIDERE È PADRONE DEL SUO MONDO

Noi ci barcameniamo, nonna se la ride.

Mi piace immaginarla seduta sulla sua sedia di vimini sul terrazzo del paradiso mentre ci guarda dall’alto con il suo binocolo e ogni tanto se la ride mentre ci destreggiamo su questa terra in una barca che qualche volta veleggia sicura e altre volte sembra alla deriva. Mia nonna la barca l’ha portata sempre in porto quando c’erano tempeste, ha guidato con coscienza e prudenza quando c’era da stare attenti e si è concessa qualche accelerata a vele spiegate non appena il mare tornava calmo. Sono passati 7 anni da quando se n’è andata, a soli 99 anni e il progetto di una grande festa per i 100 che secondo me poi ha fatto comunque lassù brindando alla salute nostra e sopratutto alla sua. Mia nonna era l’emblema della vitalità, insegnava in una scuola chiamata vita come si affronta questa esistenza, con pochi rimpianti e un’esplosione di energia, con una propensione a godere di quello che si ha e una damigiana di pazienza per quello che invece ci sfugge. Non credo di aver mai conosciuto una persona che ha amato cosi tanto se stessa come lei, con un pizzico di sano egoismo a volte necessario per sopravvivere alle delusioni e agli ostacoli che incontriamo lungo il nostro cammino. Si voleva bene mentre ha cresciuto due figli maschi e fatto da moglie a un generale di cui per forza di cose non ricordo granchè, si voleva bene nelle estati a Seiano dove circondata dai nipoti cucinava per un esercito e ci vedeva crescere regalandoci sempre sorrisi, si voleva bene mentre girava tra i teatri di Napoli ed usciva con le amiche a prendere un gelato al Gambrinus. Lei era una persona solare, una persona che sapeva vivere, una persona felice. L’ho ammirata sempre per il suo modo di fare, per la sua autonomia e indipendenza ,per la sua quiete e la sua tranquillità, lei che era forte come una roccia e pacata come pochi, con un’apertura mentale inimmaginabile per una persona della sua età. Me la ricordo cosi e ogni volta che mi viene in mente penso che dovrei essere un po’ più Nonna Albina e un po’ meno Gaia, più incline a vivere che a sopravvivere. E’ un buon esercizio, da provare e riprovare mentre tu giustamente te la ridi perché solo chi ha il coraggio di ridere è padrone del suo mondo e tu eri padrona del tuo.
Un bacio
 

BUON COMPLEANNO!!!

90 anni, auguri Napoli. Un compleanno con le candeline ieri al San Paolo per la squadra partenopea che è scesa in campo contro il Nizza in una partita che di per se non ha avuto granché da raccontare, se non un koulibaly in versione higuain e un mertens già in uno stato di forma campionato. Ma cominciamo con ordine e riavvolgiamo il nastro: è un compleanno particolare, 90 anni sono un traguardo e vale la pena festeggiarli a dovere. Non si è mai visto che per partecipare a un festeggiamento gli invitati debbano pagare eppure il presidente in questo non fa sconti, per poi ricordarsi all’ultimo di essere un gentleman e fare un dietro front per evitare uno stadio deserto e una festa di desolazione. Cosi dalle 13 i biglietti diventano omaggio con gentile presa a quel posto per chi me compresa, il biglietto invece l’ha comprato, pagandolo anche un po’ in più del necessario. Napoli Nizza è un compleanno strano, ci sono fuochi d’artificio da arsenale, orchestra, il Volo e la presentazione di una squadra che definire incompleta è un pochino riduttivo. Non sono un tecnico né un’esperta ma mancano almeno 3 giocatori da champions, uno per ogni reparto e il buon Dela dovrebbe smetterla di offrire a Icardi e Signora ruoli da protagonisti per i suoi prossimi film e concentrarsi su un organico che va rinforzato senza se e senza ma. La sensazione è che questo Napoli sia ancora un bel po’ ferito dall’ alto tradimento del suo bomber, nonostante il 3 a 0 rifilato a un Nizza senza particolari velleità agonistiche e le gambe che pesano come piombo a fine ritiro. A tratti mi è sembrato un’anima in pena un po’ come Gabbiadini che anziché far rimpiangere le assenze, le rende solo più assordanti. E’ una mancanza che fa rumore quella di Gonzalo Higuain e non potrebbe essere altrimenti. Il Napoli piange fischiando la scelta del suo principe ma tra un video messaggio di Maradona, il rinnovo con tanto di ovazione per Hamsik napoletano a vita e il volo in area di rigore del nostro difensore corteggiato da mezza europa, bisogna elaborare in fretta il lutto ed andare avanti, c’è un campionato da giocare e una Coppa con le orecchie grandi da onorare comunque vada. La paura fa 90 proprio come le candeline della torta azzurra, ma una squadra che compete da anni in Europa e in Italia si è scontrata solo con lo strapotere Juve non deve avere paura di nessuno. Qualche timore però ieri sera complici tutti quei 90 a bordo campo c’è stato: De Laurentis l’ha avuto trasformando all’ultimo minuto l’evento in gratuito per non riservare solo a pochi eletti lo spettacolo pirotecnico costato probabilmente la metà della clausola di Higuain; Manolo ha avuto paura di usare il suo sinistro tanto delicato quanto sensibile a una responsabilità forse troppo pesante per lui e i tifosi hanno paura di una squadra incompleta visti tutti gli obiettivi di mercato sfumati nelle ultime settimane. Meno male che poi arriva Sarri con la bacchetta magica a spegnere le candeline e a trasformare la paura in una sfida difficile, che vale il regalo più bello. Il Napoli fa 90 anni e un regalo se lo meriterebbe tutto.  
 
 
 

LA FINTA SOLITUDINE DEL BINARIO UNICO

La notizia purtroppo la conosciamo tutti, ha i connotati di una vera tragedia e non mi vengono altre parole in mente pensando ai 27 morti e più di 50 feriti nello scontro frontale tra i due treni che viaggiavano su quel binario unico ma in direzioni opposte. Non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le volte che sul treno ci sono salita io, su quel frecciarossa tanto odiato che ha cambiato la mia vita. Invece la vita di quelle povere persone è stata addirittura spazzata via in un amen, appena 3 minuti dopo che il capostazione aveva alzato la paletta verde ossia il segnale “via libera”, avanti verso la catastrofe. 

Non c’è una prossima fermata su quel treno verso Andria ma il capolinea più triste di tutti, quello che non ti consente una seconda chance. Prendi il treno una mattina per fare un percorso vicino bari,17 chilometri appena separano Andria e Corato nei quali a stento sfogli il giornale, ti siedi in uno dei primi vagoni, viene il controllore a timbrare e convalidare l’ultimo viaggio della tua esistenza e non fai neanche in tempo a renderti conto che dall’altra parte sta arrivando a tutta velocità un mezzo di locomozione che in un modo o nell’altro ti segnerà per sempre. Ai sopravvissuti non basterà una vita per dimenticare quello che è successo ieri e quello che ci auguriamo tutti è che a dimenticare non siano i piani alti di questa Italia sempre più divisa in due. Non è questo il momento di pensare alle differenze con il nord ma a prescindere da chi e come ha sbagliato, dall’errore umano eventualmente commesso, quello che lascia sempre più perplessi è che in quelle zone, tra la Puglia e la Calabria esistano ancora binari unici e soprattutto che ancora oggi la sicurezza del viaggio dipenda da un fonogramma e da una paletta verde con un cerchio bianco al centro, esattamente come cinquanta anni fa. Renzi dice : occorre “ fare chiarezza” ma chissà cosa c’è di poco chiaro nel fatto che mentre stanno potenziando l’alta velocità un po’ ovunque tra l’Emilia e Val di Susa, in Italia ci siano ancora zone dove il trasporto ferroviario è carente, inadeguato ed evidentemente poco sicuro.

 Su un solo binario passa un solo treno ed è palese che in quel frangente uno dei due convogli era di troppo: probabilmente la procura scoprirà quale e perché ma se le istituzioni non si sbrigano ad adottare misure di regolamentazione del traffico all’avanguardia prima e soprattutto ad implementare il sistema ferroviario del sud poi, questo disastro ferroviario resterà impunito; perché su una cosa siamo tutti d’accordo, l’omicidio colposo plurimo non ha il nome di un solo imputato che sia esso il macchinista, il capotreno, il capostazione di Andria e Corato o quel binario in solitudine che tutto era fuorché solo ma ad essere sotto imputazione deve essere un paese intero, un’ Italia che dorme e che consente ancora queste catastrofi.
 

MR 94 MILIONI DI EURO È UMANO ( oltre ad essere un gran figo) 

La scena dell’infortunio di Ronaldo durante la finale dell’europeo l’abbiamo vista tutti e almeno la metà di noi dopo quel fallaccio neanche sanzionato ha iniziato a tifare portogallo. L’altra metà probabilmente era già dalla parte portoghese, complice una sana antipatia verso i francesi un po’ presuntuosi e spocchiosi, soprattutto perchè super favoriti a casa propria. E’ dispiaciuto a tutti gli sportivi veri vedere un campione uscire dal campo in barella nel giorno della storia e della partita più importante, specialmente se quell’entrata dura sul ginocchio del campione vista a rallentatore non sembra molto l’emblema dell’involontarietà. Lo definiscono antipatico, vanitoso e superbo e probabilmente lo è ma CR7 con quelle lacrime agli occhi ha mostrato al mondo di essere un ragazzo di trenta anni che di diverso da un suo coetaneo ha”solo ” una disponibilità economica smisurata, dimostrando al mondo di essere un professionista, una persona che ha la fortuna di amare il suo lavoro, perché per noi il calcio è un gioco o dovrebbe esserlo ma per loro, questi miliardari da copertina che in garage hanno una macchina per ogni occasione, il pallone è un lavoro a tutti gli effetti. Allora diciamocela tutta a quanto pare, Mr 94 milioni di euro cash con datore di lavoro Real Madrid , è uno molto dedito alla sua attività e almeno questo riconosciamoglielo, oltre a tormentarlo di continuo con una competizione tutta mediatica con l’altro fenomeno di turno Lionel Messi e ad attribuirgli storie d’amore inventate e discutibili gusti sessuali. Ragazzi se è gay pazienza ce ne faremo una ragione; certo bello è bello, però più di essere invidiosi di un ipotetico compagno e del fatto che non abbia un pelo neanche a pagarlo non possiamo fare.

Il pianto di Cristiano dopo l’infortunio che paradossalmente ha dato il la per spedire i francesi a casa, magari su quell’autobus con su scritto Campioni D’Europa preparato un po’ troppo in anticipo, è solo l’ultimo di una lunga serie. Oltre ad essere stato l’europeo dei tabù sfatati, del tabellone poco equilibrato, tra un balletto islandese, un rigore finito sui social per gli sfottò e aree di rigore diventate all’occorrenza campi di pallavolo, non mi ricordo di competizioni dove si è pianto tanto. Dovremmo dire a questi ometti di smetterla di frignare come signorine perché si piange per motivi più seri ma non mi sento di condannare lacrime che hanno un non so che di umanità e di spontaneità, come se dietro ad un calcio ad un pallone con tanto di ingaggio milionario ci fosse anche altro. Penso a Buffon che a quaranta anni suonati si è girato dall’altra parte per non guardare il finto cucchiaio di pellè o la danza sul posto di Zaza, per poi sciogliersi in un pianto azzurro dopo aver accarezzato un sogno. Si è pianto per un forte attaccamento alla maglia, per la delusione delle aspettative, perché il tifoso che ha speso migliaia di euro per esserci e si è dipinto la faccia con i colori della sua nazione ci aveva creduto, perché ti chiami Inghilterra e nel giorno del brexit per non essere da meno decidi di uscire dalla competizione un tantino in anticipo o perché sei il Belgio e potevi e dovevi arrivare in finale. Insomma le lacrime si sono sprecate, a torto o ragione fa lo stesso ma nel complesso si può dire sia stato un europeo divertente, con qualche effetto sorpresa e una finale da film, commedia o dramma dipende dai punti di vista. C’est la vie Mesdames et Messieurs.

 

CIAK SI GIRA. ATTO SECONDO

Il gioco della coesistenza vesuvio/duomo continua, questa volta abbiamo invitato Pasquale e Ambrogio al mare, in un luogo neutrale per evitare possibili conflitti di interessi. Ci scusiamo con entrambi perché abbiamo organizzato all’ultimo minuto: la cosa ha creato non pochi problemi al Milanese che aveva il weekend pianificato da tempo, non si può dire lo stesso per il napoletano che invece non si era ancora organizzato e si è mostrato subito ben disponibile.

Ambrogio ha una 24 ore che è uno spettacolo, piccola compatta e con dentro il minimo indispensabile per la notte, mentre Pasquale deve averci frainteso perché si presenta con un valigione enorme, come se dovesse stare in nostra compagnia per un mese. Ci spiega che non si può mai sapere che vengano il freddo e la pioggia all’improvviso e per ogni evenienza ha portato anche il maglione. La moglie in valigia gli ha messo anche i viveri base, non perché non ci siano ristoranti ma può succedere che venga fame fuori pasto, oltre a una borsa con tutte le medicine possibili e immaginabili per combattere le emergenze più varie.
La giornata al mare è piacevole tra una chiacchierata e una partita a carte. Dopo pranzo il napoletano fa il bagno quasi subito nonostante la parmigiana di melenzane ancora sullo stomaco; il milanese che al mare è sicuramente meno avvezzo aspetta le canoniche 3 ore, passeggia sulla sabbia, legge un libro, quel che è certo è che senza far niente non si sta, è sempre iper attivo anche mentre prende il sole.
La sera nessuno dei due disdegna il vino, abbiamo solo un po’ di difficoltà a coordinarci per la cena perché uno vorrebbe mangiare alle 19 e l’altro se non si fanno le nove e mezza non accenna a scendere dalla camera di albergo. Proviamo a mediare con successo anche se Ambrogio è in simbiosi con l’orologio, non ha pazienza e di aspettare proprio non ne vuole sapere. Entrambi comunque sono buongustai, il cibo mette tutti d’accordo e cosi la serata trascorre in allegria.
L’indomani mattina Ambrogio riparte presto per Milano perché non vuole trovare traffico. Di Pasquale non abbiamo notizie, probabilmente dorme ancora… “ do not disturb” è domenica.
Con questo secondo schetch io mi fermo qui, per i motivi fate un breve ripasso dell’ultimo articolo.